Il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) sta entrando nella sua fase operativa più critica. Dopo anni di discussioni e un periodo di transizione dedicato al monitoraggio, le aziende importatrici si trovano ora a dover fare i conti con l'impatto economico diretto della nuova normativa europea.
Dal 1° gennaio 2026, infatti, l'importazione di determinate merci ad alta intensità di carbonio non sarà più solo una questione di reportistica, ma comporterà l'acquisto di appositi certificati. Ad aprile, la Commissione Europea ha fornito i primi dati concreti sul prezzo di questi titoli per il primo trimestre del 2026, segnando l'inizio di una nuova era per il commercio internazionale.
Per capire come prepararsi e quale sarà il reale impatto finanziario per le imprese, abbiamo intervistato Luigi Ammirati, Senior Sustainability Consultant di Up2You.

Luigi, partiamo dalle fondamenta: per chi non lo sapesse, cos’è esattamente il CBAM?
Il CBAM è lo strumento dell’Unione Europea volto a prevenire il cosiddetto "carbon leakage" (rilocalizzazione delle emissioni). In pratica, applica un prezzo al carbonio emesso durante la produzione di certe merci importate nell'UE (come acciaio, cemento, alluminio, fertilizzanti, idrogeno ed elettricità), pareggiando il costo del carbonio tra i prodotti europei, soggetti all'ETS, e quelli extra-UE.
Spesso si parla di "periodo di transizione". Possiamo dire che questa fase di test è ufficialmente terminata?
Sì, il periodo transitorio, iniziato a ottobre 2023, è terminato. In questa fase le aziende hanno dovuto "solo" comunicare le emissioni incorporate nei prodotti. Ma dal 1° gennaio 2026 si è passati al regime definitivo: non basterà più dichiarare, bisognerà pagare. L'annuncio dei prezzi dei certificati per il Q1-2026 è il segnale inequivocabile che il tempo delle simulazioni teoriche è finito.
Entriamo nel vivo della parte economica: cosa sono i certificati CBAM?
I certificati CBAM sono titoli elettronici che gli importatori autorizzati devono acquistare per coprire le emissioni incorporate nelle merci importate. Ogni certificato corrisponde a una tonnellata di CO2 euivalente (tCO2eq) emessa all'estero. A differenza di una tassa fissa, il numero di certificati da restituire ogni anno dipenderà dall’impatto ambientale dei propri fornitori.
Recentemente l’UE ha definito il prezzo per i primi certificati del 2026. Come vengono calcolati questi prezzi?
Il prezzo del certificato CBAM non è deciso in modo arbitrario. È calcolato in base alla media ponderata dei prezzi di chiusura delle quote EU ETS (il sistema di scambio di quote di emissione dell'UE) sulle piattaforme d'asta per ogni settimana di calendario. Per il primo trimestre del 2026 (Q1), la Commissione ha stabilito un prezzo di riferimento di circa 75,36 € per certificato. Questo significa che le aziende hanno finalmente un valore monetario reale da inserire nei propri business plan.
Molte aziende si chiedono: "Quanto mi costerà effettivamente?". Puoi farci qualche esempio pratico di calcolo per diversi scenari aziendali?
Certamente. Il costo totale dipende principalmente da quattro fattori: codice del prodotto, volume importato, intensità carbonica del prodotto e prezzo del certificato che vengono moltiplicati tra di loro. Tuttavia, è importante sottolineare che il calcolo definitivo è decisamente più articolato: entrano in gioco fattori determinanti come il Paese di produzione, la quota gratuita basata sul benchmark europeo, il fattore CBAM e altri fattori che potrebbero influenzare il calcolo finale. A scopo esemplificativo abbiamo provato a fare due simulazioni che sottolineano le peculiarità principali del calcolo.

Nota: Se l'importatore non riceve dati certi dal fornitore, l'UE applica valori "di default" che sono volutamente penalizzanti. Come si vede tra l'azienda A e B, la mancanza di dati trasparenti può costare oltre 6.000 € extra ogni 100 tonnellate.
Qual è il messaggio principale che le aziende dovrebbero cogliere da queste simulazioni?
Le simulazioni ci mostrano come la sostenibilità è diventata una voce di bilancio. Non conoscere l’impronta carbonica dei propri fornitori diventa quindi un rischio finanziario. Ottenere dati reali e certificati permette in sostanza di risparmiare sensibilmente rispetto all'applicazione dei valori standard dell'UE.
Come emerso chiaramente dalle parole di Luigi Ammirati, il CBAM non deve essere recepito esclusivamente come un nuovo onere burocratico o una tassa sulle importazioni, quanto piuttosto come un potente acceleratore verso la trasparenza totale della supply chain.
Conoscere con anticipo il prezzo dei certificati per il 2026 offre alle imprese un vantaggio competitivo fondamentale: la possibilità di agire proattivamente anziché subire passivamente i costi della transizione. Questo significa avere i dati necessari per rinegoziare i contratti di fornitura, premiare i partner commerciali più sostenibili e integrare correttamente il costo del carbonio all'interno delle proprie strategie di pricing e dei business plan a lungo termine.









